Introduzione a:”L’Arsenale di Venezia”

 

L’INDUSTRIA  ACCENTRATA

“L’industria accentrata si può definire come l’attività di trasformazione svolta da lavoratori dietro compenso, in uno stesso luogo, sotto la direzione di u supervisore, con strumenti appartenenti spesso ad altri.[…] …l’accentramento può derivare da: unicità del prodotto da realizzare ( una nave, un palazzo, una chiesa); unicità della fonte dei materiali da sfruttare (una miniera); necessità di controllo continuo sulla manodopera a causa dei materiali preziosi che vengono adoperati ( e che possono essere sottratti); controlli sui complessi procedimenti in uso in un settore (tappeti, porcellane); attrezzature tecniche costose che solo pochi possono permettersi di acquistare e che debbono essere adoperate collettivamente (fabbrica di macchine). Spesso più ragioni interagiscono in uno stesso caso.”

Tra i diversi periodi storici in cui troviamo la struttura accentrata come forma di organizzazione del lavoro vi sono il Medioevo e l’Età moderna, anche se il suo impiego nel governo delle imprese, se paragonato a forme organizzative di artigianato e industria domestica, è limitato.

In questo momento storico la forma accentrata si sviluppa in diversi settori tra i quali quello minerario. Infatti, nelle miniere dell’epoca, chi estraeva di fatto il minerale era coordinato da un imprenditore che spesso impiegava grosse somme di denaro per l’acquisto delle attrezzature idonee e per la costruzione di abitazioni da assegnare ai minatori per una maggiore comodità e quindi efficacia lavorativa.

Un esempio emblematico può essere quello della miniera di Tolfa (nel Lazio) che nella seconda metà del ‘500, contava più di 700 operai addetti all’estrazione.

Nelle campagne di tutta Europa dominava la forma organizzativa dell’artigianato semplice: per  costruire una piccola casa erano sufficienti un maestro muratore e pochi manovali aiutanti, mentre più complessa era l’organizzazione dei lavori quando si dovevano erigere palazzi, chiese oppure altri edifici monumentali in quanto il controllo dei progetti veniva affidato ad un provveditore incaricato di scegliere il capomastro che si occupava del reperimento della direzione della manodopera svolta dai maestri, apprendisti e manovali.

L’artigianato che operava in questi ambiti perdeva la propria autonomia e si assoggettava ad un imprenditore: nel lavoro edilizio, la centralizzazione della manodopera era sostanzialmente temporanea.

Nel caso delle manifatture tessili la complessità tecnica, la necessità di controllare in continuazione le fasi di lavorazione particolarmente difficili, rendevano necessario questo tipo di struttura come pure per quanto concerne il settore della carta, organizzato secondo tale forma.

La disposizione dei macchinari e la suddivisione del lavoro ricalcavano, già allora, quella odierna organizzata in fasi, dalla preparazione del pesto a partire dagli stracci alle operazioni di rifinitura.

Gli arsenali rappresentano un caso di industria accentrata  tra più imponenti nel panorama dell’economia preindustriale.

L’esempio più famoso è quello dell’Arsenale di Venezia.

Questo tipo di sistema è il risultato finale di un processo che si affermerà su larga scala solo in età moderna, in relazione all’utilizzo di impianti più sofisticati e sotto la spinta della Rivoluzione Industriale.

 

 

 

 

 

L´ARSENALE DI VENEZIA                                                

 

 

"Quale nell´arzanà de` Viniziani bolle d´inverno la tenace pece a rimpalmare i legni lor non sani chè navicar non ponno; in quella vece chi fa suo legno nuovo e chi ristoppa le coste a quel che più viaggi fece; chi ribatte da proda e chi da poppa; altri fa remi e altri volge sarte chi terzeruolo e artimon rintoppa; tal non per foco, ma per divina arte, bollia là giuso una pegola spessa che ´nvischiava la ripa d´ogni parte."

(Dante, Divina Commedia, Inferno, XXI, vv. 7-18)

 

Il risorgere delle città nell’Europa dei secoli XI-XIII segnò una svolta nella nostra civiltà. Ogni ambito della vita sociale fu trasformato. Aumentò la popolazione, la libertà divenne generale e le attività commerciali e industriali aumentarono progressivamente creando i presupposti della Rivoluzione Industriale del secolo XIX. In età tardo-medievale l’Italia centro-settentrionale, zona tra le più popolose dell’epoca, dominava l’economia europea: Milano, Firenze, Verona e Venezia si espandevano grazie al continuo afflusso di contadini attratti dalle migliori condizioni di vita e dalle numerose opportunità lavorative che la città offriva. Il settore più sviluppato era quello della manifattura, caratterizzato da un sistema produttivo disseminato, nel quale le fasi di produzione si svolgevano sotto tetti differenti e venivano coordinate dall’imprenditore mercante che si occupava, oltre che della fase di produzione, anche di quella di commercializzazione. Tuttavia in rari casi erano già presenti imprese a struttura accentrata sorte in relazione all’esigenza di concentrare una maggior quantità di energia (le fonti principali di energia erano quella umana e quella idrica) per la realizzazione di opere più complesse. Nell’ambito, ad esempio, dell’estrazione mineraria, si erano costituite società i cui lavoratori operavano per tutte le fasi nel medesimo luogo. Lo stesso accadeva anche in campo edilizio, nel caso di grandi costruzioni (vedi Duomo di Milano) oltre che nelle cartiere e nei laboratori per la produzione dei filati di seta, ma é nell’industria navale che troviamo l’esempio più importante di grande complesso produttivo a struttura accentrata: l’Arsenale di Venezia. La sua rilevanza era legata principalmente a due ordini di motivi: la superficie ricoperta, si estendeva infatti su un’area di quarantasei ettari, e le persone che vi erano coinvolte, raggiungendo mediamente in periodi di piena attività produttiva la quota di 1500-2000 lavoratori al giorno ( per un picco di 4.500-5.000 persone iscritte nel libro delle maestranze) su una popolazione, quella veneziana, di circa 100.000 abitanti.

Fondato nei primi anni del XII secolo dal Doge Ordelaffo Falier, l’Arsenale di Venezia trae le sue radici nel bisogno di dare grande sviluppo alla cantieristica. La scelta della sua ubicazione non fu difficile, in quanto, per esigenze di difesa da eventuali attacchi nemici, si ritenne che la zona più idonea fosse quella compresa tra S. Pietro di Castello e la Parrocchia di S. Giovanni in Bragora (la Darsena Vecchia), anche in virtù del fatto che qui si trovava il punto di arrivo del legname del Cadore. All’inizio del ‘300, in seguito ad un aumento delle esigenze navali della città, fu incorporato il "Lago di S. Daniele" e costruito l’Arsenale nuovo (la Darsena Nuova), raggiungendo così un’estensione di 138.600 mq, ma é dal 1473, con la caduta di Costantinopoli (1453) che spinge la potente flotta turca a presentarsi sul Mediterraneo, che furono apportati gli ultimi ampliamenti, con la realizzazione  di case residenziali esterne per i lavoratori, di "forni pubblici" e di magazzini per i cereali (la Darsena Nuovissima). Una delle varie aggiunte fatte all’Arsenale fu una nuova area detta "Tana", termine probabilmente derivante da "Tanai", antico nome del fiume Don. Alla foce di questo fiume, sul Mar d’Azov, i Veneziani avevano degli importanti empori commerciali dai quali facevano provenire la canapa per i cordami e la calafatura degli scafi. Proprio in questo reparto, infatti, venivano prodotte industrialmente le corde (preziose nell’antichità) al più basso costo possibile, con il vantaggio di rimanere indipendenti da terzi in caso di guerra e con il vantaggio di mantenere i capitali in movimento acquistando la materia prima all’estero come "cliente di riguardo". L’assenza di sfridi garantiva un buon risparmio alla Repubblica, e contemporaneamente consentiva di vendere alle navi straniere in transito le funi ad un prezzo superiore a quello dei concorrenti, ma sempre conveniente per l’assenza di scarti, grazie al fatto che queste uscivano dalla corderia tramite dei fori, per poi essere tagliate della misura richiesta anziché essere confezionate in lunghezze standard .

Tutto ciò diede vita a un nuovo tessuto urbano che costituisce il nucleo dell’attuale sestiere di Castello.

Ma chi erano le persone realmente coinvolte all’interno di questo complesso industriale?

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         Corderie, fori per il taglio

                                                                                                                                                                                                           delle corde.

 

Gli Arsenalotti. Così venivano chiamati gli artigiani che prestavano lavoro nella "officina delle meraviglie", quel vasto complesso di darsene, squeri e cantieri che era l'Arsenale di Venezia.

Questi uomini appartenevano ad una grande varietà di corporazioni, dal momento che tante erano le arti necessarie e i tipi di manodopera qualificata richiesta nel campo delle costruzioni navali.

Ma non erano semplici artigiani: formavano una vera e propria comunità, erano il simbolo tanto quanto l'Arsenale stesso della maestosità del cantiere, il più grande in assoluto dell'era cristiana.

Un numero compreso tra 1500 e 2000 mastri si affacendava ogni giorno per la costruzione di Galere e Galeoni portando avanti ogni singola fase del lavoro: dalla costruzione della chiglia, fino alla dotazione finale di cordami e armamenti per l'imbarcazione finita.

Si lavorava sei ore al giorno in inverno e dodici in estate, solo con la luce del sole, per evitare di ricorrere alla luce artificiale delle lucerne, troppo rischiose in un ambiente tanto ricco di legname.

Erano tre le maggiori categorie di lavoratori impiegate:

 

-         carpentieri navali (detti anche marangoni), addetti alla costruzione della chiglia e alla costolatura della nave;

-    calafati, incaricati  di  assicurare   l'impermeabilità   dell'imbarcazione; 

-    fabbricanti di remi, addetti appunto al taglio e alla costruzione dei remi.                             

Queste tre categorie da sole annoveravano tra le loro fila il 75% dei lavoratori. Il restante 25% era formato da cosiddetti "visitatori occasionali" dell'Arsenale: riparatori, trasportatori di merci, fabbri, muratori, etc…tutti lavoranti che non ricoprivano ruoli specifici nella costruzione delle imbarcazioni.

Si curava la produzione in ogni minimo particolare, sviluppando una linea di montaggio ad integrazione verticale, avanguardia delle tecniche di produzione sviluppatesi in seguito.

 

La standardizzazione della produzione, l'intercambiabilità delle parti, la rigida struttura gerarchica e la  ferrea disciplina che vigeva all'interno del cantiere, permettevano all'officina di sfornare anche una nave completa ogni dì.

 

 

 

Ma  come si è formata una tanto efficiente forza lavoro? Come si è arrivati ad un livello d'organizzazione e coordinamento tale da permettere a quasi 2000 persone di raggiungere un grande  affiatamento e di lavorare ogni giorno alla costruzione pianificata di grandi opere come mai prima era successo?

Il problema principale per il governo di Venezia, soprattutto dagli inizi del '500 in avanti (quando il settore navale conobbe un'incredibile espansione), fu di convincere migliaia di mastri, gli esperti artigiani costruttori di navi veneziani, ad abbandonare la propria attività presso gli squeri privati sparsi un po’ ovunque in tutta la città e accettare di lavorare alle dipendenze dello stato, coordinati dai cosiddetti  proti, che detenevano i compiti di direzione.

Ora, il lavoro in un cantiere delle dimensioni dell'Arsenale richiedeva certe regole di comportamento e un'attitudine alla disciplina a cui nessun lavoratore del tempo era abituato.

Si era cercato di accaparrarsi le migliori maestranze della città, che si faticava poi ad amalgamare in un unico corpo di lavoratori…

Per convincere questi lavoranti a prestare servizio nel grande cantiere gli si permetteva di mantenere un'attività esterna, e di non avere specifici obblighi lavorativi verso l’Arsenale.

Venivano tutti iscritti nel cosiddetto libro delle maestranze, risultavano dipendenti dell'Arsenale, e potevano recarsi al lavoro a propria discrezione; nonostante la media di oltre 5000 iscrizioni spesso si faticava lo stesso a raggiungere un numero sufficiente di persone attive in cantiere, e che effettivamente lavorasse l'intera giornata.

Il forte assenteismo era dovuto alla disparità di salario nei confronti degli squeri privati.

Se c'era occasione si preferiva lavorare fuori, senza per questo perdere il diritto di poter  lavorare anche per l'Arsenale.

All'interno del cantiere erano frequentissimi atti di saccheggio delle materie prime o di attrezzi da lavoro; alcune persone addirittura nascostamente praticavano attività di venditori ambulanti, scalpellini, fabbri e altro ancora, che nulla avevano a che fare con l'attività che queste avrebbero dovuto svolgere sul cosiddetto “posto di lavoro”.

Molti si nascondevano per non lavorare o semplicemente bighellonavano tutto il giorno nella cantina dell'Arsenale, tornando poi a casa “sbronzi”…ma stipendiati!

Insomma le ultra-favorevoli condizioni di lavoro che lo stato aveva concesso per accaparrarsi i lavoratori avevano portato anche risvolti inaspettati e non voluti.

Si garantiva un lavoro sicuro che, anche se sottopagato rispetto agli squeri privati (dove però il rischio di licenziamento per mancanza di lavoro era molto alto), nessuno voleva più farsi sfuggire.

Il senato corse ai ripari. Frenò le iscrizioni di nuovi apprendisti al libro delle maestranze.

Il blocco delle assunzioni portò in breve alla crisi del cantiere; l'età media dei lavoratori si era alzata incredibilmente, e i vecchi mastri non erano più in grado di portare a termine il loro lavoro. A questo si aggiunsero il problemi portati al settore navale veneziano dalla battaglia di Lepanto (1571). La concorrenza delle Galere olandesi cominciava a spaventare.

Si ricominciò ad assumere per dare nuovo vigore al cantiere. Dal 1629 con la costituzione del registro battesimale venne garantito un flusso regolare di nuovi apprendisti, figli dei vecchi mastri.

Si ebbe così anche un secondo effetto: lavorare all'Arsenale era diventato un privilegio di alcuni soltanto, rafforzando quello spirito di comunità lavorativa elitaria che d'ora in avanti distinguerà gli Arsenalotti da qualsiasi altra categoria di artigiani.

Dopo la terribile epidemia di peste del 1630, si dovette ricostruire quasi da zero la forza lavoro dell'Arsenale. Questa volta non solo si cercò di assicurarsi le migliori maestranze, che poi grazie al registro battesimale (ripristinato nel 1650) avrebbero continuato la gloriosa tradizione del cantiere, ma si cercò anche di disciplinare maggiormente il lavoro.

Venne introdotta la frequenza minima lavorativa di 150 giorni l'anno e vennero formati dei corpi di sorveglianza (gli appontadori e i despontadori che controllavano le presenze e l'impegno sul lavoro, e i capitani contro eventuali ladri e intrusi).

Si stavano rafforzando le condizioni per la formazione di una manodopera stabile, con maggior consapevolezza del proprio ruolo: loro erano gli Arsenalotti.

Nel periodo di apprendistato venivano ora privilegiati gli aspetti disciplinari. I nuovi lavoranti non erano disposti a rischiare il licenziamento, consapevoli di una minor preparazione rispetto alla concorrenza esterna.

Il rapporto tra lavoranti effettivi e registrati era salito, a fine '600, a oltre l'80%, contro il 30% di quasi due secoli prima. Si era raggiunto lo stesso livello di manodopera attiva del periodo di massima espansione (metà '500) con il 40% in meno di iscritti.

C'era ora un livello d'organizzazione tale da permettere al cantiere veneziano di continuare a eccellere così come nel secolo precedente, con una maggior efficienza acquisita in fase di produzione.

 

 

 

Gli Arsenalotti erano diventati una sorta di casta elitaria tra gli artigiani, abitavano le zone attorno al loro luogo di lavoro e anche fuori dal cantiere continuavano a sentirsi comunità.

Anche a livello cittadino godevano di alta considerazione, erano loro per esempio a condurre il Bucintoro riccamente addobbato nel viaggio annuale che culminava nello Sposalizio col mare nel giorno dell'Ascensione.

Ricoprivano inoltre ruoli di sorveglianza presso la piazza di San Marco, e affiancavano il corpo degli sbirri nel compito di polizia nelle zone attorno all'Arsenale.

 Importantissimo fu anche il loro ruolo di vigili del fuoco per tutta la città (ancora a fianco del corpo ufficiale, i duodena).

Sono numerosissimi gli attestati di atti eroici riguardo ad arsenalotti gettatisi tra le fiamme per salvare vite in pericolo.

 

 

La grandezza dell'Arsenale non avrebbe mai goduto di tale fama senza il fondamentale contributo che lo speciale corpo di lavoratori che lo "abitava" vi ha apportato. L'attaccamento al proprio lavoro e la gratitudine che manifestavano i lavoratori più anziani verso quel cantiere a cui avevano dedicato la vita, riempiva d'orgoglio tutta la città che poteva vantare un simile complesso produttivo agli occhi del mondo.

 

Torniamo ora al nostro excursus storico sulle vicende relative all’Arsenale.

Nella  seconda metà del Cinquecento cominciava per Venezia il periodo più tragico, periodo nel quale si dimostrò forte il divario tra le prospettive politico-strategiche e quelle belliche. Falliti i tentativi di mediazione con i turchi, esplose la guerra che costrinse l’Arsenale ad aumentare il numero degli addetti alla produzione delle galere da 2000 al giorno del periodo antecedente, a 3000.

La flotta mercantile veneziana uscì decimata dalla guerra e questo permise alle navi inglesi e olandesi di sostituirsi in buona parte alle navi veneziane nei traffici mediterranei. Lepanto restò comunque un’impresa che venne celebrata in molti modi e certamente l’Arsenale rappresenta uno degli strumenti di tale vittoria. Questo periodo fu gravemente scosso da carestie ed inondazioni, in particolare tra il 1575 e il 1577 quando Venezia venne colpita dalla peste che ridusse la popolazione ad un quarto del suo totale. L’Arsenale venne considerata come una “cittadella”, la meno devastata dal contagio: gli arsenalotti erano infatti gli unici lavoratori ad avere una particolare assistenza medica per le famiglie oltre ad avere un lavoro ed  un salario garantiti.

Nonostante la perdita di Cipro, Venezia riuscì a risolvere i problemi finanziari e demografici portati dalla peste e dalla guerra potenziando l’industria e riportandosi ai vertici dell’economia mondiale.

Col passare del tempo l’Arsenale perse sempre più la propria importanza militare lasciando spazio alla componente mercantile, tanto che il settore della cantieristica da guerra divenne quasi inattivo dopo il 1718, quando la produzione scese a una nave l’anno con tempi di produzione lunghissimi; una breve ripresa si ebbe verso il 1784 dovuta alla guerra contro i tunisini.

L’introduzione delle “atte”, navi in grado di affrontare da sole il pericolo dei corsari, armate con cannoni e sovvenzionate in parte dallo stato, l’Arsenale riprese la propria attività riportando la sua cultura  alle “condizioni primitive”, quando cioè l’Arsenale fungeva più da deposito che da simbolo militare dato che non vi era distinzione tra navi da guerra e da mercato.

Nel periodo della prima occupazione francese (1797-1798), Bonaparte si mise al comando dell’Armata d’Italia senza tener conto della potenza dell’Arsenale: egli non considerava il Mediterraneo come prospettiva prioritaria d'azione, ciò che importava era invece l’Inghilterra. Le truppe francesi misero fuori uso tutte le navi presenti nell’Arsenale che non avrebbero preso parte alla guerra al fianco della flotta francese e vennero licenziati i 2000 addetti che vi lavoravano; fu inoltre abolita ogni distinzione tra marina mercantile e marina da guerra.

L’edificio fu  riassestato tra il 1798 ed il 1806 durante il primo governo austriaco (col trattato di Campoformio, all’Austria furono assegnate l’Istria, la Dalmazia e diverse province, nonché Venezia), ma il suo carattere  quasi esclusivamente militare non contribuì alla ripresa del porto in cui il traffico risultava sempre più ridotto, tanto più che Francesco I, imperatore d’Austria, considerava la marina da guerra come un’inutile lusso e, pertanto, preferiva utilizzare le proprie risorse per lo sviluppo del porto commerciale di Trieste.

Il successivo governo francese portò modifiche sul piano strutturale per rimettere in funzione l’Arsenale e accrescerne la produttività. Tra le operazioni più rilevanti effettuate è importante ricordare:

·        La sostituzione di 12 cantieri cinquecenteschi con 7 cale in pietra scoperte utilizzate nella costruzione dei vascelli

·        La riapertura della Porta Nuova

·        La costruzione di una “macchina per alberare” le navi (tuttora esistente)

 

 

L’Arsenale giunse ad occupare fino a 6000 operai in questo periodo.

Negli anni, gli interventi sulla struttura dell’Arsenale sono stati numerosi, ma quello che risulta più evidente riguarda la sua perdita di importanza dovuta all’incapacità di poter soddisfare le enormi esigenze delle moderne forze navali e molte altre attività che venivano svolte in passato; oggi le fasi di ricerca, studio e progettazione di navi sono affidate alle industrie private presso le quali si ricorre in quanto in grado di sopportarne le spese.

Si è assistito in questo modo alla caduta della prima “fabbrica moderna” del mondo occidentale, un luogo dedicato allo sviluppo economico e politico, caratterizzato da un continuo incrociarsi di rapporti e culture: il degrado delle strutture e lo stato di abbandono hanno messo in crisi il cuore stesso della potenza di Venezia. Negli ultimi anni si è comunque cercato di ridare importanza all’Arsenale, di porre il problema del suo recupero come centrale, in quanto, ridare splendore a tale luogo, significherebbe ridare luce all’intera città.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonti bibliografiche

 

 

-             C. M. CIPOLLA, ²Storia economica dell’Europa pre-industriale²,

Bologna 1997, pp. 25-28

-             ROBERT C. DAVIS,  ²Costruttori di  navi a Venezia²,

Vicenza 1997

-        GIORGIO BELLAVITIS, ²L’Arsenale di Venezia²,

                         Venezia 1983

-        ANTONIO MANNO, ²I Mestieri di Venezia²,

          Cittadella (PD) 1995

                -        P. MALANIMA, ²Economia preindustriale²,

                         Milano 1995, pp. 283-295

Siti Internet di riferimento

 

-                      http://www.provincia.venezia.it/marcopolo/veneziaechatha/Arsenale…

-                      http://www.digilander.iol.it/venexian/ita/corderie.htm

 

 

Altre fonti

 

  -           Articolo tratto da :

              "Il Gazzettino di Venezia" di sabato 29 settembre 2001

 

 

                                                                                      Coppi Massimiliano,                                            

                                                                Dolfino Francesco,

                                                                De Santis Nicola,

                                                                Fongaro Andrea,

                                                                Fontana Alessandro,

                                                             Giani Lucia